Pietro Panici (1911-1941)

di Pietro Scerrato – “Frintinu me…” Agosto 2019

A Vascello, nei pressi di porta San Francesco, sorge il monumento dedicato ai militari caduti nel corso della II guerra mondiale. Accanto al busto di don Giuseppe Morosini c’è una lapide in cui sono elencati i nomi dei caduti iniziando da coloro che sono stati decorati al valor militare, ovvero: Alberto Lolli Ghetti (medaglia d’oro), Alessandro Angelini (medaglia d’argento) e Sisto Paciotta (medaglia di bronzo) e a seguire, a fronte e a retro della lapide medesima, tutti gli altri nomi.
Lo stesso elenco è riportato in analoga lapide presente all’interno della chiesa di Sant’Ippolito e nelle varie pubblicazioni che sono state fatte nel corso degli anni per ricordare tali caduti.
E’ stato grande quindi il mio stupore qualche giorno fa quando, sfogliando per motivi di studio una edizione del maggio 1942 di un grande quotidiano nazionale, mi sono imbattuto nella notizia del conferimento di decorazioni alla memoria ad una serie di “eroici combattenti” e nell’elenco dei nomi ho letto quello di un soldato di Ferentino: il fante Pietro Panici.
E la decorazione cui si faceva riferimento era prestigiosa: addirittura una medaglia d’argento al valor militare !
Mi sono molto sorpreso che una notizia del genere potesse essere passata sotto silenzio per tutti questi anni per cui ho voluto subito verificare la veridicità della notizia, per poi cercare di appurare le motivazioni per le quali fosse stata attribuita la medaglia e le circostanze in cui era avvenuto il fatto per poi tentare anche di rintracciare i parenti.
Ho consultato varie fonti ufficiali militari e la notizia è confermata: si tratta proprio di un nostro concittadino.
La motivazione per la quale gli è stata attribuita la medaglia d’argento al V.M. alla memoria è la seguente:
Port’armi tiratore, di iniziativa apriva il fuoco contro elementi avversari che attaccavano di sorpresa il reparto, destando l’allarme ed infliggendo al nemico sensibili perdite. Benché ferito, continuava a sparare rifiutando ogni soccorso. Investito da una seconda raffica cadeva sull’arma, incitando i compagni a persistere nell’azione di fuoco da lui iniziata.”.
Costone Valje Brdo (Montenegro), 22 luglio 1941 .
Vale la pena allora ripercorrere brevemente la storia di Pietro, almeno per quanto sono riuscito sinora a sapere.

Pietro Panici, anzi considerando che un tempo si usava attribuire tre nomi: Pietro Angelo Giacomo Panici, nacque a Ferentino il 22 maggio 1911 da Antonio e da Filomena Coppotelli.
Era il tipico giovane ferentinese di quegli anni: ben strutturato fisicamente, non molto alto ma muscoloso, capelli ed occhi castani, tratti del viso regolari. Aveva frequentato la scuola sino alla quarta elementare e poi era andato subito ad aiutare i genitori nel duro lavoro dei campi.
Era stato chiamato una prima volta al servizio militare nel 1931 e quindi riconvocato nel 1935. Nel frattempo aveva intrapreso il mestiere di barrocciaio, ovvero di carrettiere, ed aveva messo su famiglia sposando una ragazza del posto: Domenica, dal cui matrimonio erano nati due figli: Loreto ed Aurelio.
Alla fine di novembre del 1940 Pietro fu chiamato nuovamente alle armi ma questa volta non si trattava di un servizio in caserma bensì della partecipazione diretta alla guerra in cui l’Italia si era impelagata nel giugno di quello stesso anno.
Pietro fu assegnato al il 51° Reggimento di Fanteria, che insieme al suo reggimento gemello: il 52°, faceva parte della XXII Divisione “Cacciatori delle Alpi”, un corpo prestigioso in quanto erede diretto della brigata omonima che, sotto la guida di Giuseppe Garibaldi, si coprì di gloria nel corso della II e della III guerra di indipendenza e i cui uomini migliori costituirono anche il nerbo della spedizione dei Mille .
LA XXII Divisione dopo un breve impiego sul fronte francese fu inviata in Albania nell’ambito della campagna di Grecia. Nel gennaio del 1941 Pietro, insieme agli altri commilitoni, si imbarcò dal porto di Bari e sbarcò dopo brevissimo viaggio a Durazzo. Il loro compito era quello di costituire una linea difensiva lungo la valle del fiume Osum, nell’Albania meridionale, per resistere ai violenti contrattacchi delle truppe greche che cercavano di rispondere al tentativo italiano di invasione del loro territorio.
Qualche mese più tardi, nella primavera dello stesso anno, gli eserciti italo-germanici dell’ Asse diedero inizio anche alla campagna di occupazione della Jugoslavia. Superiori dal punto di vista militare essi sbaragliarono facilmente l’esercito Jugoslavo ma dovettero poi fare i conti con la veemente reazione dei partigiani slavi che, sotto la guida di Josip Tito, misero ben presto alle corde le truppe occupanti. La guerra dei Balcani fu particolarmente cruenta proprio perché fu costellata non solo di episodi di guerra ma anche e soprattutto di azioni di guerriglia con successive rappresaglie e con il pesante coinvolgimento e tributo di sangue da parte della popolazione civile, in una tragica escalation di odio e di morte da ambo le parti.
Tornando ai fatti di cui stiamo specificatamente occupando, allorché il 12 luglio 1941 venne proclamato a Cettigne, sotto il protettorato dell’Italia, il Regno di Montenegro, la popolazione montenegrina insorse attaccando le truppe italiane. Gli alti comandi del Regio Esercito si videro allora costretti a rafforzare il presidio militare e disposero il trasferimento in Montenegro del XIV Corpo d’Armata composto dalle divisioni Emilia, Pusteria, Puglie, Taro, Venezia ed appunto dalla “Cacciatori delle Alpi”.
La “Cacciatori delle Alpi” forte di circa 13.500 effettivi venne assegnata alla zona di Podgorica, l’attuale capitale del Montenegro. Essa fu subito oggetto di una serie di pesanti azioni di guerriglia da parte di ben organizzati gruppi di rivoltosi. Ed è proprio in questo contesto che Panici trovò la morte.
Pietro era arrivato in Montenegro il 19 luglio e pochissimi giorni dopo, il 22 luglio, mentre si trovava con il suo reparto presso il costone di Velje Brdo, immediatamente a nord di Podgorica, un nutrito gruppo di guerriglieri tentò di attaccare di sorpresa gli italiani.
Pietro capì subito quello che stava succedendo e di iniziativa aprì immediatamente il fuoco contro gli incursori infliggendo loro pesanti perdite e sventando in tal modo la sorpresa. Benché ferito continuò imperterrito nella sua azione allo scoperto per coprire le spalle ai suoi compagni, colti alla sprovvista, e permettere loro di ripararsi.
Sottoposto ad un fitto fuoco incrociato fu colpito da una seconda gragnola di colpi che lo fece cadere esanime al suolo. Nel frattempo i suoi commilitoni erano riusciti a riorganizzarsi e a rispondere anche essi al fuoco, rintuzzando l’attacco e mettendo definitivamente in fuga gli assalitori.
La sua forte “fibra ciociara” consentì a Pietro di sopravvivere ancora qualche ora, morì infatti il giorno seguente, 23 luglio, presso l’ospedale da campo n. 571 .
La sua salma fu sepolta in un cimitero provvisorio e a seguito della smobilitazione dal territorio delle truppe italiane se ne sono poi perse le tracce nonostante alcuni tentativi infruttuosi di ricerca effettuati negli anni scorsi dai suoi familiari. Familiari che sono riuscito a rintracciare a Ferentino, in zona Vado Rosso, e che mi hanno cortesemente fornito la foto di Pietro.
Purtroppo sono passati tanti anni ma qualche ricordo, tramandato di generazione in generazione, è rimasto. Mi è stato infatti raccontato dai nipoti che nell’immediato dopoguerra due commilitoni di Pietro sono venuti a Ferentino per ringraziare i genitori di Pietro che con il suo atto eroico aveva salvato loro la vita.

Sono contento di aver riportato alla luce questa storia del passato di cui si era persa memoria e invito gli amministratori a far aggiornare opportunamente le lapidi commemorative indicando accanto al nome di Pietro Panici l’indicazione della medaglia al valor militare conseguita e a tener conto del suo sacrificio in occasione di future celebrazioni e in fase di compilazione della nuova toponomastica cittadina.