Gli Sumararu


Gli Sumararu, gli Carittieru i gli Baruzzaru

gli sumararu
“Gli asunu, gli carrettu i la bbarozza … epoca trascorsa” con l’alternarsi del giorno e della notte il tempo scorre. Le epoche, i periodi, i momenti si succedono incessantemente cosicchè il nuovo si sostituisce al vecchio, il moderno all’antico.
Il presente subentra naturalmente ed il volto del passato, per effetto dei continui processi evolutivi, viene, in genere, trasfigurato al punto di perdere la originaria identità, di cadere nell’oblio o, quando miglior riguardo vi è riservato, di essere ricordato come espressione del più retrivo sottosviluppo.
Ma il passato è nel presente e pur esistendo in dimensione diversa, anacronistico, desta inevitabilmente l’attenzione dell’uomo a dimostrazione che il progresso altro non è che la continuazione naturale delle tendenze primitive; che ciò che è frutto del proprio tempo ha sempre una peculiare funzione sociale. A volte l’occasione spontanea per tornare con la memoria indietro di qualche anno si offre guardando la campagna che si estende davanti ai nostri occhi. Essa è la cornice idonea ove si muovono di più, in forma quasi originaria, ad esempio, ” Gli asunu “, la ” bbarozza ” gli “carrettu”. Strumenti tra i più caratterizzanti la società di un tempo e corrispondenza di altrettanti mestieri. Tre parole dal significato esatto e limitato, legate da uno stretto rapporto di complementarità, che evocano una varietà di immagini di forme di vita appartenenti ad altri tempi; ad un’epoca che sembra lontana, ma che in verità fa sentire ancora il suo alito.
Sono elementi e mezzi di traino e di locomozione … macchine che esprimevano il massimo della tecnologia in materia di trasporti e di comunicazione, sostentamento e compagnia per l’uomo di allora. Tutto un modus vivendi di una parte della nostra comunità veniva condizionato dalla tenuta scrupolosa di un patrimonio di così di tale importanza per i fini cui era destinato.
Stalle, luoghi di riparo per gli animali, posteggi (davanti alle abitazioni) riservati “agli carretti i a lu barozzu”, le botteghe “dugli furraru” (colui che, tra l’altro, provvedeva a fabbricare i ferri da mettere agli zoccoli dei muli, asini, cavalli, buoi, ecc.), “gli travagli” (una specie di meccanismo per la riparazione dei piedi delle bestie da soma e da traino, consistente in un quadrato formato da pali in legno dove si impastoiavano le bestie prima della operazione di riparazione) erano quello che oggi sono le autorimesse, i parcheggi (in senso molto lato), le officine ecc. Le insegne luminose con le rispettive diciture indicative non esistevano, in compenso però si poteva usufruire della lanterna a “pítrogli cu gli stuppinu”. Un po’ di puzza e di fumo certo si sentiva, ma l’ecologia era salva. E le parti meccaniche … cioè il legno … di corda … beh diciamo meccaniche tanto per intenderci ?
Tutto semplice. “Agli asunu ci mettevunu gli mmastu” (una specie di sella in legno foderata in alcune parti, su cui veniva posto il carico da trasportare), “agli mmastu” veniva attaccato “gli gnacculu” (un anello, di legno speciale ritorto quando era verde e poi essiccato per conferire maggiore resistenza) che serviva per ancorare e stringere la merce messa “sugli mmastu”.
Per i mezzi di trasporto poi esisteva un sistema di frenatura che portava il nome di “martunicchia”. Altre citazioni sarebbero da fare : il conoscere la nostra storia arreca fiducia e scandisce in maniera evidente che ogni differenza tra le condizioni di vita del mondo contemporaneo e quello dei nostri pre-‘ decessori si fonda sulle idee sorte dallo spirito di ricerca e di indagini che formano la storia della nostra comunità. Tale stimolo che ci porta a far rivivere alcuni modi di essere di un tempo ci evita, in definitiva, che la vita diventi una semplice routine.

 
 
Carlo Pompeo da “Arti e Mestieri di Ferentino di Ieri