Giovanni da Ferentino


San Francesco - Acquapendente
Conosciuto anche come Giovanni Teutonico.
Fonditore di campane (seconda metà sec. XV). Problematico è ricostruire un profilo biografico di questo magister campanarum attivo a Ferentino nella seconda metà del Quattrocento, di cui non si conosce la data di nascita e per il quale l’unico dato certo appare essere la provenienza tedesca. La documentazione archivistica e le sottoscrizioni lo qualificano, costantemente nel corso degli anni, come «Alamanus», «Teotonicus/Teutonicus»: indizio di un’attenzione particolare posta nel sottolineare la sua nazionalità, anche laddove compare esplicitato il riferimento al suo stanziamento nella cittadina laziale. Allo stato attuale delle ricerche, quella di Giovanni Teutonico appare l’unica bottega fusoria documentata e attiva a Ferentino nel Medioevo, sulla cui produzione è mancata finora un’indagine accurata. Un contratto per la fusione di un bronzo, attestato di prestigiosa committenza romana, stipulato il 9 gennaio 1480 da Giovanni Teutonico con Cola di Paolo Porcari quale priore della Società dell’Annunziata in Santa Maria sopra Minerva, ci fornisce fortunatamente i contorni essenziali entro cui circoscrivere l’identità dell’artigiano: «magister Iohannes Teutonicus campanarius civitatis Florentini districtus Urbis» (Modigliani 1994, pp. 104 e 249). Allo stato delle conoscenze, la più antica campana conservatasi, riconducibile con sicurezza a magister Giovanni Teutonico grazie alla firma, è quella che reca la data 1461 posta ancora oggi sul campanile della cattedrale Santa Maria Assunta di Sora, già segnalata da Squilla 1961, p. 101; . Nella lunga e articolata iscrizione, disposta intorno alla calotta su tre righe delimitate da semplici listelli a rilievo, sono riportati la data di fusione, la committenza, la dedica, il cosiddetto ‘epitaffio di sant’Agata’ e il nome dell’artefice. Il testo in minuscola gotica, con segni di abbreviazione a tegola, è aperto da un signum crucis e recita:
Y(E)H(SU)S A(NNO) D(OMINI) MCCCCLXI D(OMI)NUS ANTONIUS NOVELLUS EP(ISCOP)US SORANUS ET CAPITULUM EIUS / FECERU(N)T FIERI HOC OPUS AD LAUDEM VIRGINIS MARIE MENTEM S(AN)C(T)AM SPONTANEAM HO / NOREM DEO ET PATRIE LIBERATIONEM AM(EN) EGO M(AGISTER) IOHA(NN)ES TEOTONIC(US) ME FEC(IT).
L’apparato decorativo si concentra nella terza riga dell’iscrizione, quella più alta, ove sono presenti, intercalati tra le parole e in punti diametralmente opposti, due grossi sigilli a mandorla del vescovo Antonio Novelli che recano la seguente legenda: S(IGILLUM) DOMINI ANTONII NOVELLI D(E) SORA EPISCOPI SORANI; e inoltre due altri sigilli più piccoli del Capitolo della cattedrale con la scritta nel contorno: SIGILLUM CAPITULI SORANI. Completano la decorazione immagini devozionali raffiguranti una Madonna in trono con Bambino, la testa coronata di santa Barbara, un santo con bordone e borraccia identificabile con san Giacomo il Maggiore, a cui si aggiunge un rilievo rettangolare con cane che insegue una lepre. Quest’ultimo è un soggetto assai presente sin dall’antichità nelle decorazioni tratte dalla natura, il quale nell’iconografia cristiana poteva celare particolari valenze simboliche. Sono da notare la formulazione sgrammaticata della sottoscrizione e l’esibizione marcata della committenza: il vescovo Antonio Novelli insieme al Capitolo della cattedrale sorana. Notizia della fusione di campane per la cattedrale durante quell’episcopato ritrova in un’annotazione marginale presente nel Libro Verde dell’Archivio, storico diocesano di Sora: «il 9 febbraio 1462 nella festa di santa Apollonia, venne fusa la campana grande della chiesa cattedrale, durante il governo del vescovo Novelli ed il 15 dello stesso mese ed anno venne fusa un’altra campana, di qualità mediocre, che veniva chiamata ‘la seggillone’» (Tavernese 1986, p. 27). Nonostante il minimo sfasamento riscontrabile tra l’indicazione cronica della nota manoscritta e la data dell’iscrizione sulla campana, pare plausibile poter identificare la rammentata «campana grande» con quella realizzata dal nostro fonditore. Poco più di dieci anni dopo, nel 1472, Giovanni Teutonico risulta attivo fuori del Lazio meridionale, per una commissione proveniente dall’alto viterbese, allorché fuse la campana maggiore destinata alla chiesa dell’ex convento minorita di San Francesco ad Acquapendente (VT), sul cui campanile è tuttora ubicata. L’iscrizione presente si sviluppa su due fasce separate. Quella corrente intorno alla calotta, divisa in due spazi di differente altezza delimitati da listelli a cordoncino, contiene nella prima riga l’invocazione sacra e nella seconda l’indicazione del committente. L’altra fascia presso lo svaso, entro un sottile spazio racchiuso anch’esso da listelli rilevati, reca la firma, la data e l’epitaffio agatino. Solo la prima riga è in una minuscola gotica di modulo più grande, mentre la restante iscrizione compare in capitale gotica. Il testo, verificato da foto parziali (cortesia di Marcello Rossi della Biblioteca comunale di Acquapendente) che hanno comunque consentito di migliorare la lettura proposta da Agostini 1987, p. 162, recita:
IHESUS MARIA FILIUS XP(ISTU)S REX VENIT IN PACE DEUS HOMO FACTU(S) EST DEI GENITRIX MARIA / TEMPORE GUARDIANATUS FRATRIS PETRI PAULI DOMINI DE AQUAPENDENTE //signum crucis HOC OPUS FECIT MAGISTER IOHANNES DE FER(EN)TENO CAMPANIE ALAMANUS T(EM)P(O)RE PONTIFICATUS S(ANCTISSIMI) D(OMINI) XISTI P(A)P(E) IIII A(NNO) D(OMINI) MCCCCLXXII T(EM)P(O)RE MI(NI)STERIAT(I) M(AGISTRI) FRANCISCI DE FERE(EN)TENO MENTEM SANCTAM SPONTANEAM HONOREM DEO ET PATRIE LIBERAT(I)ONE(M) A(MEN).
La decorazione è disposta nella seconda riga della fascia superiore, dove lo spazio tra le parole è scandito da coppie di archetti trilobati; in un punto inoltre vi si trovano ravvicinati una formella rettangolare con cane e lepre in corsa — la stessa già presente sulla campana di Sora, forse una sorta di vero e proprio ‘marchio di fabbrica’ — e due rilievi, uno raffigurante l’Arcangelo Gabriele, l’altro un giglio araldico. È lecito ritenere che nella committenza francescana un ruolo di rilievo avrà di sicuro avuto il fra Francesco da Ferentino ricordato nell’iscrizione, all’epoca ministro della Provincia Romana dei Frati Minori (Casimiro da Roma 1845, p. 654; Cenci 2002, p. 392), il quale doveva certo ben conoscere la perizia del magister giunto nella cittadina ernica da oltralpe. Non si è conservato, perché rottosi nel 1615, un sacro bronzo realizzato nel 1473 da Giovanni Teutonico per la collegiata di Santa Restituta in Sora; tuttavia nell’Archivio storico diocesano di Sora, Serie C/I – Vescovi, Reg. Giovannelli, c. 19v, sopravvive una preziosa documentazione che ci fornisce una sua accurata descrizione. Il 29 dicembre 1615 il vescovo sorano Girolamo Giovannelli, animato da non comune sensibilità storica, ordinò al cancelliere della sua curia, Giulio Cesare Baccari, di recarsi immediatamente nella chiesa di Santa Restituta «ad effectum describendi litteras descriptas in campana dictae ecclesiae et insignia in eadem insculpta, attento que dicta campana iam rupta debet denuo refundi, ad perpetuam rei memoriam». La nuova campana fu rifusa immediatamente dopo e già benedetta il giorno dell’Epifania del 1616. Il cancelliere eseguì il suo compito con scrupolo: «ad supradictam ecclesiam accessi et intus eandem ecclesiam, prope portam maiorem, inveni campanam praedictam ruptam et in partes divisam, et simul collectis partibus inveni in ea descripta infra verba». La trascrizione che ci fornisce è accurata, puntuale e attesta una certa perizia paleografica. Riporta dapprima l’iscrizione intorno alla calotta («in capite») «litteris gallicis»: «A(nno) D(omini) MCCCCLXXIII magister Io(ann)es de Ferenteno cum Petro Meloni t…t de Verulis fecerunt. Ave Maria gratia plena Dominus tecum»; e in essa evidenzia, in maniera filologicamente corretta, financo una crux desperationis per una lacuna nel testo, che oggi si potrebbe proporre di integrare con il nome di un altro campanarius verolano, la cui collaborazione con il Melone è ben attestata altrove: «et Sollatio». Nella stessa fascia è verisimile si trovassero i rilievi che egli descrive «V’è un santo che non si sa, v’è s. Filippo, tre santi insiemi col crocifisso, doi armi, seu insegne della città di Sora di questo modo stemma. La Madonna Santissima e doi altri santi senza nome». In prossimità del labbro («in pede circa labia») correva un’iscrizione recante l’invocazione sacra e la committenza: «O Restituta virgo plena sanctitate defende nos a periculo et tempestate. Tempore d(omini) Petri Mancini de Cavis episcopi Sorani et d(omini) Francisci praepositi istius ecc(lesi)ae» (in Piacentini 2011, pp. 496-497, si propone solo la traduzione in italiano dell’iscrizione). La campana, commissionata sotto l’episcopato di Pietro Lupi (Mancini) di Cave, era stata quindi realizzata dal magister Giovanni Teutonico, che qui si sottoscriveva Giovanni da Ferentino, con la collaborazione certa di Pietro Melone, esponente della nota famiglia di campanarii verolani (Stirpe 2009), e forse quella di Sollatius, altro artigiano pure di Veroli. Per quanto riguarda gli anni immediatamente seguenti, al momento è noto solo che nel 1480, come già ricordato, l’esclusiva confraternita romana della Santissima Annunziata alla Minerva commissionava a Giovanni Teutonico la fusione di una campana. A un magister campanarum che si sottoscrive Giovanni Teutonico sono riconducibili altre tre campane presenti lontano dal Lazio, in centri di area lucano-pugliese, in un arco di attività esteso dal 1483 al primo decennio del Cinquecento (ammesso che sia corretta la lettura tràdita dell’ultima sottoscrizione); costui potrebbe essere identificato con il nostro fonditore, supponendo per lui una lunga vita e un probabile trasferimento da Ferentino verso il Sud, alla ricerca di nuove commissioni. Il primo di questi sacri bronzi si conserva a Oppido Lucano (PZ), sul campanile della chiesa del convento francescano di Sant’Antonio, ed è firmato e datato al 1483. L’iscrizione (verificata da foto cortesia di p. Adelmo Monaco), molto semplice e in capitale d’imitazione classica, contiene, nella fascia intorno alla calotta ripartita in due righe delimitate da listelli a cordoncino, il solito ‘epitaffio di sant’Agata’ e la firma; invece la data, isolata, è posta in prossimità del labbro in uno spazio entro listelli, pure a cordoncino:
MENTEM SANCTAM SPONTANEAM HONOREM DEO ET PATRIE LIBERACIONEM HIOANNES TEOTONICUS FECI(T) // A(NNO) D(OMINI) MCCCCLXXXIII.
Nella chiesa del convento francescano di Santa Maria Vetere ad Andria (BT), Cafaro 1943, pp. 21-22, segnala una campana firmata da Giovanni Teutonico stabilitosi a Bari, per la quale propone una datazione al 1496 che però mal si accorda con il testo della stessa iscrizione di cui fornisce questa problematica trascrizione: «Onorem Deo et patrie liberationem Mentem sanctam spontaneam Johannes Teutonicus fecit in Baro A. D. NILCCCCXXVI». Allo stato attuale delle conoscenze, l’ultima sottoscrizione di Giovanni Teutonico è relativa a una campana della chiesa dei Santi Pietro e Paolo in Monopoli (BA), che dovrebbe essere stata fusa nel 1510 e poi si ruppe nel 1732. Pirrelli 1997, p. 92, trascrive da un Inventarium del 1708 l’iscrizione che era in essa presente: «Mentem sanctam spontaneam honorem Deo et patriae liberacionem Johannes Teotonicus fecit in Baro an(nno) D(omini) MCCCCCX». E riconducibile a Giovanni Teutonico anche una perduta campana quattrocentesca della collegiata di Santa Maria Maggiore in Ferentino che, rifusa nel 1725 perché rottasi, è documentata da fonti erudite locali. Il bronzo recava una lunga e complessa iscrizione conservatasi in una trascrizione di seconda mano, ripresa da una più antica fonte manoscritta, che ci trasmette F. Bono, Raccolta di documenti storici …, pp. 557-558. Il testo tràdito, purtroppo da ritenere palesemente poco attendibile, recita: «Magister Joannes de Ferentino fecit cum Petro Melone et Sabatio Verulano an. 1419 et mentem sanctam spontaneum onorem Deo et Patfis liberationem / Cantemus Domino gloriose et jubilamus et exurgant et dissipentur inimici sui et fugiant a facie ejus qui oderunt eum / Dominus noster A(ntonius) X(is)ti ep(iscop)us Ferentini tempore dom(i)ni Jacobi Thomei procurator / Pulchra es et in te non est macula Virgo Mater Dei pro nobis intercede ad Deum qui det salutem et pacem in diebus nostris quia non est alius qui pugnat pro nobis nisi ipse». Riguardo alla lettura dei caratteri (forse gotici) appare evidente in più punti l’imperizia di colui che ha condotto la trascrizione dell’iscrizione apposta sulla campana e, probabilmente, proposto anche qualche integrazione non segnalata. Da ciò derivano una serie di difficoltà interpretative, prima di tutto per l’improponibile datazione riportata, il 1419. La sottoscrizione, infatti, ci attesta la collaborazione di magister Iohannes de Ferentino con due artigiani della vicina Veroli, Pietro Melone e Sollatius (è da intendere così la scorretta lettura Sabatius della fonte); la qual cosa non rende affatto accettabile una datazione troppo precoce della campana al 1419, essendo l’attività dei due verolani in collaborazione ben attestata ancora nel 1481, quando fusero un sacro bronzo per la cattedrale di San Pietro a Fondi (LT), su commissione del vescovo Pietro Gaetani (Vasco Rocca 1981, p. 58: «Petrus Melone et Sollatius Verulani»). Si è portati quindi a ritenere che il 1419 (=MCCCCXIX) possa essere una errata lettura per 1469 (=MCCCCLXIX), oppure per 1479 (=MCCCCLXXIX), e di conseguenza il tempo della commissione, piuttosto che coincidere con l’episcopato del riportato fra Sisto da Ferentino (1409-1435), vada, invece, meglio ricondotto al pontificato di Sisto IV (1471-1484), o piuttosto all’episcopato di Andrea Lorenzi (1453-1498). Infine sembra verisimile identificare il nostro magister campanarum con il «Iohannes Teotonicus» che nel 1466 compare in un elenco di cordai presente nel minutario redatto da Tommaso Pilozzi, notaio comunale di Anagni (Pilozzi 2001, p. 82); ciò non deve stupire se si considera il ruolo fondamentale che le funi ricoprivano per issare sui campanili le campane e per farle suonare. A testimonianza di altre insolite presenze tedesche a Ferentino, va segnalato che alla fine del XV secolo un fra Giovanni Teutonico è documentato come priore del monastero di Sant’Antonio Abate dei Celestini (Paoli 2004, pp. 179-180).

 
 
Riccardo Cataldi da “I Musicisti della Provincia di Frosinone nella Storia – dal Medioevo al XX secolo