Un giovane soldato, vigoroso di aspetto, elevato in
grado, bene accetto al suo comandante,
del quale godeva la fiducia e la stima;
ma, più che al suo condottiero, accetto a Cristo, cui si era consacrato con giovanile
entusiasmo, pronto a dare le prove più luminose della sua fede e del suo amore.
Proveniva da quella Gente Ligure, che fu potentissima in armi e lottò molto con i Romani prima che si
arrivasse a sottometterla. Il tempo di
Ambrogio tutto il mondo era romano; e sicuramente da Roma era partito quando
egli giunse a Ferentino. Era l'anno 304.
La città ernica rifulgeva allora in tutto il suo splendore. Una doppia cinta di
mura ciclopiche la faceva torreggiare
imponente sulla verde collina, da cui domina l'ampia vallata dai monti Albani agli Aurunci. Entro le mura,
dalla Porta Romana a quella Montana, sulla
Via Consolare, si allineavano meravigliosi monumenti: le Terme, il
Teatro, il Foro, splendenti di marmi, di colonne e di statue; per terminare sull'Acropoli
prodigiosa, aerea, che da sola era un
monumento. Il giovane guerriero, a cavallo, alla testa della sua Centuria, fece
il suo ingresso nella Città che doveva essere il campo della più gloriosa
battaglia. Ma più che ammirare i monumenti pagani e i templi degli idoli, dovette ricercare dove si
nascondessero i fratelli, il piccolo gregge di Cristo, riunito intorno al
Pastore, per il quale forse portava
notizie del Vescovo di Roma. Conobbe difatti il Pastore, conobbe i fratelli, ma
non così in segreto che non se ne
accorgesse il suo invidioso nemico. Ambrogio è accusato come reo di alto
tradimento per aver contravvenuto alle
leggi dell'imperatore Diocleziano. L' accusa è portata al tribunale di Daciano,
Governatore delle Spagne, che aveva arruolato il giovane al suo seguito e
l'aveva caro. Però aveva più caro il favore dell'imperatore. Radunato quindi il
popolo e fattosi condurre innanzi Ambrogio, gli contestò l'accusa, sperando in
una pronta ed esauriente discolpa. Ambrogio lo disillude. Io adoro Cristo, risponde, e a lui ho promesso
fedeltà per sempre. Prendi tempo a riflettere e a ricrederti, soggiunge
Daciano; sacrifica agli dei, se vuoi mantenere il tuo grado e la nostra
amicizia. Trascorsi alcuni giorni, Daciano ritenta la prova; ma trovato
Ambrogio più costante che mai nella sua confessione, si accende di sdegno e,
cambiata la benevolenza in furore, ordina che il Centurione sia degradato e
gettato, carico di catene nel sotteraneo di quel suo palazzo, la cui mole
ciclopica, se sfida ancor oggi i secoli per la grandiosità della struttura,
molto più si eterna per il glorioso ricordo. Ambrogio è condannato a morire,
perché Daciano vieta di apprestargli qualsiasi cibo; anzi nel timore che un
momento di debolezza possa fargli revocare l'ordine crudele, si allontana dalla
città per una ispezione nella Campania. Al ritorno, dopo un mese, quale non è
il suo stupore nel ritrovare il prigioniero, che credeva morto, più bello e più
vegeto che mai.