MARTIRIO S.AMBROGIO72dpi.jpgUn giovane soldato, vigoroso di aspetto, elevato in grado,  bene accetto al suo comandante, del quale godeva la fiducia  e la stima; ma, più che al suo condottiero, accetto a Cristo,  cui si era consacrato con giovanile entusiasmo, pronto a dare le prove più luminose della sua fede e del suo amore. Proveniva da quella Gente Ligure, che fu potentissima in  armi e lottò molto con i Romani prima che si arrivasse a  sottometterla. Il tempo di Ambrogio tutto il mondo era romano; e sicuramente da Roma era partito quando egli giunse a Ferentino.  Era l'anno 304. La città ernica rifulgeva allora in tutto il suo splendore. Una doppia cinta di mura ciclopiche la faceva torreggiare  imponente sulla verde collina, da cui domina l'ampia vallata  dai monti Albani agli Aurunci. Entro le mura, dalla Porta Romana a quella Montana, sulla  Via Consolare, si allineavano meravigliosi monumenti: le Terme, il Teatro, il Foro, splendenti di marmi, di colonne e di  statue; per terminare sull'Acropoli prodigiosa, aerea, che da  sola era un monumento. Il giovane guerriero, a cavallo, alla testa della sua Centuria, fece il suo ingresso nella Città che doveva essere il campo della più gloriosa battaglia. Ma più che ammirare i monumenti pagani e i templi degli  idoli, dovette ricercare dove si nascondessero i fratelli, il piccolo gregge di Cristo, riunito intorno al Pastore, per il quale  forse portava notizie del Vescovo di Roma. Conobbe difatti il Pastore, conobbe i fratelli, ma non così  in segreto che non se ne accorgesse il suo invidioso nemico. Ambrogio è accusato come reo di alto tradimento per aver  contravvenuto alle leggi dell'imperatore Diocleziano. L' accusa è portata al tribunale di Daciano, Governatore delle Spagne, che aveva arruolato il giovane al suo seguito e l'aveva caro. Però aveva più caro il favore dell'imperatore. Radunato quindi il popolo e fattosi condurre innanzi Ambrogio, gli contestò l'accusa, sperando in una pronta ed esauriente discolpa. Ambrogio lo disillude.  Io adoro Cristo, risponde, e a lui ho promesso fedeltà per sempre. Prendi tempo a riflettere e a ricrederti, soggiunge Daciano; sacrifica agli dei, se vuoi mantenere il tuo grado e la nostra amicizia. Trascorsi alcuni giorni, Daciano ritenta la prova; ma trovato Ambrogio più costante che mai nella sua confessione, si accende di sdegno e, cambiata la benevolenza in furore, ordina che il Centurione sia degradato e gettato, carico di catene nel sotteraneo di quel suo palazzo, la cui mole ciclopica, se sfida ancor oggi i secoli per la grandiosità della struttura, molto più si eterna per il glorioso ricordo. Ambrogio è condannato a morire, perché Daciano vieta di apprestargli qualsiasi cibo; anzi nel timore che un momento di debolezza possa fargli revocare l'ordine crudele, si allontana dalla città per una ispezione nella Campania. Al ritorno, dopo un mese, quale non è il suo stupore nel ritrovare il prigioniero, che credeva morto, più bello e più vegeto che mai.