Padre Giuseppe Leombruni (1917-1998)


padre Leombruni
Chi è fra Giuseppe Leombruni, cui padre Roncari, Custode (1969-1974) scriverà: “La Custodia non dimenticherà quello che lei ha fatto a Cana, e se Cana ancor oggi è cristiana lo si deve a lei, alla sua abnegazione e a rischio della sua stessa vita”?

P. Giuseppe nasce a Ferentino (Frosinone-Italia) il 29 luglio 1917 e viene battezzato lo stesso giorno con il nome di Luigi. Ad appena 11 anni giunge in Palestina il 30 settembre 1928, con le idee chiare, “per farsi francescano missionario in Terra Santa”: così è scritto sulla sua scheda personale. Compiuto tutto il ciclo di studi fno alla maturità flosofica conseguita al Tabor, e percorse le tappe della formazione fino alla Professione solenne (dicembre 1938), viene ordinato sacerdote il 2 luglio 1942. Ha 25 anni e dovrebbe essere, questa, una giornata di festa: ma in Europa si combatte la seconda guerra mondiale e i frati francescani italiani vivono concentrati dagli inglesi nel convento di Emmaus; gli ordinandi, fra i quali il P. Leombruni, sono stati messi su macchine militari e condotti con sorveglianza di soldati e poliziotti a Betlemme dove avviene l’ordinazione sacerdotale. Allo stesso modo sono poi ricondotti a Emmaus. Che sia nella particolare contraddizione vissuta il giorno della sua ordinazione che fra Giuseppe legge la chiamata di Dio a farsi uomo di mediazione e di pace? Assumendosi il dovere di dire basta al risentimento, all’odio, alla guerra, accogliendo la pace come solo orizzonte possibile e quindi guardare all’umanità come famiglia di Dio, senza differenza fra gli uomini, tutti fgli di Dio, creatore e padre?

Mentre svolge il suo apostolato a Nazareth dove rimane quasi un anno e mezzo, è nominato Cappellano militare con il grado di Capitano per i soldati italiani prigionieri di guerra, che erano concentrati in tre distinti campi in Galilea. P. Leombruni ogni domenica vi si recava per ascoltare le confessioni e celebrare la santa Messa. Il titolo di Cappellano militare gli è servito in seguito per allacciare relazioni con gli uffciali ebrei che avevano occupato Nazareth e Cana, dei quali si serviva per facilitare il suo apostolato caritativo e umanitario.

Nel 1946 è a Cana di Galilea. Ed è nel 1948 che il suo intervento, ricco di coraggio e di fantasia, di determinazione e di santa incoscienza, salva gli abitanti e la città di Cana, rimanendo nella leggenda e nel cuore della gente come il frate che salta sui carri armati e impedisce alle armi di sparare. Ma eroi non ci si improvvisa: è un lavoro lungo, paziente e arduo, nascosto e continuo, che lima pensieri e convinzioni, che si interroga mettendosi senza paura davanti a dubbi e a fallimenti, che si lascia plasmare fdandosi di Dio anche là dove le sue parole disegnano utopie. E’ un lavorio continuo, un’educazione che si assimila guidati da un Maestro amorevole ed esigente, molto esigente. Alla fine, dirà fra Giuseppe, la riconoscenza va a Dio che ha fatto sì che incontrasse sempre funzionari e uffciali ebrei, e civili arabi ben disposti a collaborare con lui nelle sue imprese umanitarie e caritative.

Diventare amico, conquistare la fducia degli altri, comporta una conoscenza profonda, senza preconcetti, desiderosa solo di capire e amare il popolo, la gente a lui affidata e della quale si sentiva profondamente responsabile. I cristiani, certo, ma più intimamente di tutto l’elemento arabo, sia cristiano che musulmano. Fra Giuseppe “detta” al giornalista de L’Avvenire d’Italia, per un articolo che viene pubblicato il 16 febbraio 1964, le leggi della guerriglia che imperversa nella zona: “1. Se il nemico è fermo, studialo; 2. Se il nemico ti attacca, sparisci; 3. Se il nemico è in mosse tattiche, usa i colpi di mano”. Ma è altra la battaglia che lui combatte fra le colline rocciose attorno a Nazareth e a Cana: tra le fucilate lui portava soccorso, raccogliendo da terra, senza distinzioni, ebrei, arabi e cristiani. Per curare i feriti P. Leombruni mise a disposizione due stanze davanti alla chiesa francescana. La gestione di questo piccolo ospedaletto era affdata a un medico musulmano di Erzegovina, che si trovava allora a Cana, e che veniva aiutato dallo stesso Padre.
A titolo onorifco diventa membro della tribù di Al Fahùm, che conosce a Nazareth nel 1943, e che è la più grande fra le famiglie della Galilea. La loro stima è ricambiata con entusiasmo da fra Giuseppe che in mezzo a loro impara usi e costumi, storia e cultura locale. E’ questa profonda conoscenza che gli permette di mettere pace nelle famiglie cristiane e musulmane ogni qualvolta nascevano o si evidenziavano gravi discordie interne a una famiglia o fra più famiglie. E’ opera sua la pace tra i due fratelli Samara in Cana, tra le famiglie Al Fahúm e Al Zughbi: pace importante perché il patteggiamento per l’una o l’altra famiglia e all’interno di esse aveva diviso gli abitanti di Cana. Opera che impegna fra Giuseppe senza alcun senso di protagonismo personale, anzi sottolineava il ricercato aiuto di Fadil Ruma, greco cattolico di Cana, uomo di grande esperienza, e di una decina di notabili del paese, coinvolti e responsabilizzati nell’impresa.

Restano famose anche la riconciliazione di due parenti a Turàan nel 1947, e quella tra cristiani e musulmani a Tiberiade, che si erano divisi in due opposti schieramenti a causa di un omicidio. L’alto rispetto che circondava fra Giuseppe è manifestato anche da almeno tre riconosciuti inviti che egli ebbe da parte di tribù che si erano riconciliate e che lo vollero come partecipante e testimone della loro ritrovata amicizia. Tutto questo, insieme all’Ospedaletto che continuava a funzionare a pieno ritmo, aveva procurato al P. Leombruni stima e fducia non solo in Cana, ma anche nei villaggi vicini: Turaan, Mashhad, Ain Mahal e Halwe e nei tre attendamenti di beduini di Ehzer, Baaln e Rummanieh nella spianata di Battuf; perciò i loro abitanti ricorrevano a lui nelle cose di maggior rilievo, ascoltavano i suoi consigli e seguivano le sue direttive.

La situazione creata dalla divisione della Palestina (decreto ONU del 29 novembre 1947) e dalla proclamazione di indipendenza dello stato d’Israele (14 maggio 1948), scatena la guerra arabo-israeliana e l’esodo di settecentomila arabi in fuga dai massacri o accompagnati dalla speranza di poter un giorno ritornare nella propria terra. Gli abitanti di Cana vivono tutto questo in preda a un terrore crescente, confusi e alla ricerca di un riferimento autorevole.

Padre Leombruni aveva allora 31 anni, un cuore e una mente allenati all’umiltà e al sacrifcio, alla responsabilità e all’amore, e la gente di Cana si strinse al suo giovane frate per ascoltarlo all’avvicinarsi della bufera. Fra Giuseppe consigliò agli abitanti dei villaggi e degli attendamenti di beduini di non sparare contro i soldati ebrei e di dichiararsi gente pacifica. Agli abitanti di Cana aveva consigliato di appendere alle finestre un pezzo di tela bianca. Il 16 luglio 1948 gli israeliani, dopo aver occupato Seforis, occuparono Nazareth. Fra Giuseppe racconta, in una lunga intervista condotta da padre Basilio Talatinian nel luglio del 1993, come si svolsero i fatti e ricorda che, alla presa di Nazareth alcuni uomini di Cana per amor patrio si armarono di fucili e si appostarono a sud del villaggio aspettando il nemico. L’intimazione di ritirarsi giunse loro dai notabili di Cana che, seguendo il consiglio del Padre, stimavano più ragionevole e più profcuo impedire un massacro.

Intanto egli pensava come agire con gli ebrei, insieme al suo confratello, fra Emerico Eberginye, e al parroco greco ortodosso Procoros: si conoscevano bene, si amavano e si stimavano a vicenda e nelle cose importanti tenevano consiglio comune. Si accordarono così che P. Leombruni andasse ad affrontare i soldati ebrei e parlamentasse con loro; che Procoros badasse a radunare le donne e i bambini cristiani nelle chiese latina e greca ortodossa, e che fra Emerico cercasse di radunare le donne e i bambini musulmani nella moschea. Si decise anche di raccogliere i fucili e depositarli nella canonica di Procoros in modo da averli già tutti raccolti, nella certezza che gli ebrei avrebbero voluto la consegna delle armi.

La mattina del 22 luglio 1948 già si vedevano sulle alture movimenti di auto, pullman e di altri automezzi, soldati ebrei con cannoni e varie specie di armi. P. Leombruni ricorda, raccontandolo a p. Talatinian, che nel capire che era arrivata l’ora si mise a pregare “fervorosamente” chiedendo il soccorso divino, affnché il Signore disponesse le cose per il bene della popolazione. Quindi uscì dal convento e si recò presso il mulino nella proprietà di Saffuri dietro la fontana, aspettando il momento opportuno per farsi vedere e parlare coi soldati. Intanto questi con le armi in mano scendevano dall’altura di Mashhad, a sud di Cana, pronti a sparare, qualora avessero trovato resistenza.

padre Leombruni

Quando furono vicini al mulino, P. Leombruni saltò su gridando “Italiani, italiani”, seguendo il consiglio del consolato italiano e di altri consolati. Avanzò in questo modo verso i soldati, disse che aveva un messaggio da parte del Vaticano e dell’Italia e che doveva consegnarlo direttamente al feldcomandante d’attacco. Questi, avvertito, accorse subito: si chiamava Balti Balfuria, era originario di Afula, aveva aria pacifca e maniere gentili e parlava anche l’arabo. Parlamentarono a lungo, tanto che fra Emerico e Procoros impensieriti, arrivarono sul posto. Il feldcomandante e altri ufficiali ebrei cominciarono a parlare anche con i due nuovi arrivati. Procoros fece allora un gran servizio a fra Giuseppe, affermando a Balti Balfuria che sì, il Padre era rappresentante del Vaticano e custodiva il Santuario del primo miracolo di Gesù a nome del Vaticano. Questi allora, potendo credere al P. Leombruni senza esitazione, chiese di sentire anche i notabili del villaggio, e che venissero consegnate loro le armi. Mentre fra Emerito e Procoros continuavano a conversare con gli uffciali, il Padre, rientrato nel villaggio, radunò i notabili e prese i fucili. Tutti insieme si diressero verso la strada principale, ma quando vi arrivarono si trovarono improvvisamente davanti a una jeep che precedeva una colonna di soldati ebrei provenienti dal nord, il cui comandante non sapendo nulla di ciò che era appena avvenuto, sparò cinque colpi; una pallottola sfiorò i capelli del P. Leombruni, che gridando anche questa volta “Italiani, italiani” e alzando la mano mostrava il suo passaporto. Allo strepito delle fucilate arrivò il feldcomandante che alle sue domande si sentì rispondere da fra Giuseppe: “è stato un malinteso”; “Vuoi che se ne faccia un rapporto?”, “Non ne vale la pena; chi ha sparato non sapeva nulla di ciò che era intercorso tra noi due”. Ancora una volta è la parola di fra Giuseppe a costruire spazio alla fiducia, a creare dialogo… Quando chiese come mai si avevano tutti quei fucili a Cana, il Padre senza scomporsi gli rispose: “Sono tempi di emergenza e i ladri si moltiplicano; senza fucili non è possibile difendersene”.
Sempre, nel racconto che p. Giuseppe fa di questo episodio della sua vita, così come di ogni altro, trova il modo di minimizzare il suo ruolo. Una volta sono i notabili, l’altra volta i consoli, e la bontà del comandante, e sempre l’aiuto, il suggerimento, l’intervento provvidenziale dei confratelli o di sacerdoti amici… Lo stesso episodio viene anche raccontato da E. Del Rio, nell’articolo già citato in questi termini: “Prevedendo una carneficina, il frate balzò fulmineamente sulla macchina, piantò la testa sotto il mitra dell’uffciale e gli sventagliò il passaporto sul viso. Partirono una ventina di colpi, ma la canna dell’arma non riuscì ad abbassarsi. La testa del frate aveva tenuto duro. L’ufficiale, ripreso il controllo, ordinò di non sparare”.
Nel convento francescano gli animi si distesero ulteriormente: il Padre fece preparare un buon caffè per tutti, e la conversazione rivelò agli astanti l’esperienza di Cappellano militare di fra Giuseppe. Anche questo servì a migliorare l’affiatamento, tanto che quando la riunione si sciolse il feldcomandante gli disse: “Puoi ricorrere a me ogni qualvolta avrai bisogno di qualche cosa”.
In Cana rimase un drappello di soldati e gli altri se ne andarono altrove. Dopo un certo tempo il feldcomandante accompagnò il generale Abraham Yof a Cana, e fecero una visita al Padre. Occa- sione propizia per fra Giuseppe che spiegò al generale il “messaggio del Vaticano, non scritto ma orale, che cioè, secondo quanto stabilito a Ginevra dalla Società delle Nazioni, non è lecito ai soldati sparare se la popolazione non fa resistenza”. Allora il generale gli rilasciò un documento in cui si dava ordine ai militari di non nuocere ad alcuno, e di cessare di nuocere non appena si leggesse il suo ordine.
L’importanza di questo documento è testimoniata dall’aiuto che portò a un abitante di Cana, certo Tewfq Giaras, quando fu percosso da un uffciale ebreo. Si chiamò subito P. Leombruni, il quale mostrò il documento all’uffciale, che fuggì prontamente lasciando libero il malcapitato. In seguito questo documento fu ritirato.
Una Commissione governativa visitò ancora Cana, insieme ad una commissione italiana accompagnata da un giornalista. Uno degli Uffciali disse pubblicamente: “Questo fraticello ha impedito il peggio”, e una breve notizia pubblicata sulla Gazzetta governativa rese omaggio all’opera di P. Leombruni.
Una guerra si sa quando inizia, ma nessuno sa quando fnisce e la situazione continuava a richiamare l’opera di fra Giuseppe. Una sessantina di arabi arrestati furono subito rilasciati dal generale Abraham Yofy per sua intercessione. Una trentina di altri arrestati furono rilasciati, ma non subito. Tutti questi erano non solo di Cana, ma anche di villaggi circostanti.
I ricordi che p. Leombruni affidati all’intervista sono tanti, e in quelli che riguardano una sola persona è bello notare come ogni circostanza gli torna chiara alla mente, ricca di partecipazione e attenta sempre a condividere la gioia della buona riuscita del salvataggio, che ancora una volta non è certo merito suo, ma della Provvidenza del Signore, delle persone che sono state gentili con lui, dell’intervento amichevole e qualificato dei responsabili civili, o religiosi, o militari, o di organizzazioni internazionali.
Racconta dell’odissea del signor Ruda Al ‘Aawagi, greco cattolico di Cana, che per un mese intero, senza mai stancarsi, lo tenne impegnato a cercare il modo di restituirlo alla libertà. O di cosa capitò a Nasser Saffuri, figlio di Abdallah, “mukhtar” latino di Cana, e del felice esito della sua disavventura. Sollecita ed ottiene il rientro a Seforis dello sceikh Saleh Selim, “mukhtar” principale del villaggio.
Casi personali, che vanno a intrecciarsi a interventi comunitari: fra Giuseppe ama e conosce la sua gente, ognuno e tutti insieme. Per questo ricorda anche gli episodi di furti delle mucche, ricchezza degli abitanti di Cana. “Tawakkalu ala Alla”, “confidate in Dio”, è il ritornello con cui Abuna Giuseppe esorta le persone che ricorrono a lui. E anche “Sii sincero quando ti interrogano”, “Raccontate con calma, dite la verità”, si ritrovano in ogni racconto. Lealtà nei rapporti, fducia in Dio: il metodo funziona, è in queste due cose che bisogna riporre la certezza della libertà, dell’applicazione della giustizia.
Anche di fronte ai fatti di Ailaboun, una feroce rappresaglia causata da un “malinteso” (termine ricorrente nel parlare di fra Giuseppe, quando vuole intendere una cosa non del tutto chiara, senza gravarla di aggettivi, senza prestare il fianco all’una o all’altra parte), la sua preoccupazione è il coinvolgimento, la condivisione delle responsabilità, la costanza nel raggiungere il bene comune. Con calma, ma con quanta determinazione! con quanto coraggio, il maggiore ben più saldo coraggio che necessita il perseguimento del giusto fine con mezzi pacifci.
Il suo ministero, dopo Cana, si svolse sempre all’insegna di un totale amore per il popolo, senza fare differenze di persone tra i suoi parrocchiani, la comunità cristiana, la gente musulmana. “Dal 1946 si è dato intensamente allo studio del popolo arabo in una ricerca di contatto con la gente più che sui manuali. Per meglio capire gli arabi ha cercato di porsi dalla parte della loro mentalità, dei loro punti di vista, mangia alla loro tavola con le mani, indossa i loro abiti sopra il saio francescano, insomma si è talmente immedesimato con loro, che molte volte è stato scambiato per un autentico arabo o per un musulmano. “Se si vuole cooperare allo sviluppo di un popolo dice, “imperandomi di scrivere sotto dettatura” al giornalista Evangelista Del Rio (Avvenire d’Italia, 16.II.1964) – si deve prima conoscerlo e fare propria la parte di incremento che questo popolo ha dato alla civiltà mondiale. In questo modo si aiuta anche lui a capire il vero senso della civiltà occidentale. Non bisogna fare una fusione, ma una collaborazione di civiltà. Pretendere di assorbire la civiltà araba nella nostra sarebbe un assurdo, si arriverebbe solamente a suscitare sospetti, o addirittura odio, verso la nostra civiltà. D’altra parte si deve credere che, più si penetra la civiltà orientale, più c’è da imparare anche per noi”.
Lo dirà nel 1964, dando testimonianza di una vita interamente dedicata al dialogo. Il Decreto Ad gentes divinitus del Concilio vaticano II (7.XII.1965), dirà : “Ma perché essi [i missionari] possano dare utilmente questa testimonianza, devono stringere rapporti di stima e di amore con questi uomini [i non cristiani], e dimostrarsi membra vive di quel gruppo umano, in mezzo cui vivono, e prendere parte, attraverso il complesso delle relazioni e degli affari dell’umana esistenza, alla vita culturale e sociale. Così debbono conoscere bene le tradizioni nazionali e religiose degli altri, lieti di scoprire e pronti a rispettare quei germi del Verbo, che in essi nascondono” (n. 11).
P. Giuseppe Leombruni morirà il 2 marzo 1998: un francescano, un sacerdote per il suo popolo, un frate missionario che visse povero, facendosi carico del dolore della sua gente, praticando ed insegnando la mitezza, affamato ed assetato di giustizia, misericordioso, puro di cuore, gran pacificatore: uomo delle beatitudini. Uomo del futuro.
padre Leombruni

da Custodia Terrae Sanctae