Don Michele Celani (1903-1945)


Quinto di sette figli, Domenico Celani – Memmo per familiari e amici– vide la luce nel Maggio 1903 a Ferentino, in Via dello Jerone. I genitori, Pietro Celani e Maria Mattia Ceccarelli, piccoli proprietari terrieri, avviarono presto i figli al lavoro dei campi. Anche Memmo, sin da piccolo, faceva la sua parte. Dopo la scuola collaborava con i fratelli più grandi in piccole mansioni. Amava stare con i coetanei con cui giocava “al cerchio”, “a scuccetta”,ma si divertiva un mondo a giocare con le lucertole e a difendere e curare gli uccellini caduti dal nido o infortunati. Silenzioso e meditabondo, lo sguardo di questo bambino sembrava varcare i confini del reale. Incappò un giorno in un frate questuante che veniva da Trisulti e intrecciò con lui un discorso che lo affascinò; aveva nove anni. Aveva appena compiuti gli studi elementari quando un giorno Domenico sparì dalla circolazione; aveva undici anni. A cena mancava all’appello. Le inutili ricerche e le ansie della famiglia si placarono al pensiero che forse era andato a Pietralara1 a fare la guardia, come di solito, all’uva matura; quando, però, al mattino il padre Pietro non lo trovò nella capanna, l’angoscia fu grande. Si passò la voce a tutta la parentela. Nessuna notizia, nessun segno di vita. Dopo qualche giorno d’inutili ricerche, la madre, Maria Mattia, ricordò la lunga passeggiata fatta dal figlio col frate certosino e scattò la scintilla. Sellato l’asinello, Pietro Celani partì per Trisulti. Lo trovò felice tra i frati che lavoravano e pregavano. Pagò cara la scappatella il piccolo eremita, con due meritati ceffoni e in sella tornò a casa col padre. Trisulti fu dimenticata da tutti. Ma non la dimenticò Domenico che, finiti gli studi al collegio “Martino Filetico”, dove frequentò l’Istituto Tecnico, sorridendo e sicuro di sé, salutò i suoi cari e raggiante raggiunse la certosa. Una vocazione decisa, senza crisi e traumi, è alla base della sua “limpida fede” che gli dà certezza e padronanza di sé. Cappellano militare, lascia la certosa, ama, serve e onora la patria che ama ancor di più quando fatto il servizio militare torna nel suo eremo dove le ore di lavoro sono intrecciate di lodi e preghiere per le necessità del mondo. L’Italia, la nostra patria che genitori e docenti ci hanno insegnato ad amare ha già attraversato anni di sangue e di lotte, ma la seconda guerra mondiale si presenta come una bufera che non dà scampo a nessuno. Domenico, ora Don Michele, ama profondamente la sua patria, la desidera libera, finalmente libera. Con quale gioia aprì le porte della Certosa a famiglie di Frusinati, Ferentinati, Alatrensi e di altri paesi della Ciociaria che cercavano rifugio! Per fortuna il Padre Priore gli diede carta bianca perché non si sentiva di gestire questa impresa volendosi occupare esclusivamente delle cose dello spirito.
Don Michele, Procuratore, unico certosino che aveva il permesso di lasciare la clausura per la conduzione della comunità che richiedeva numerosi contatti con il mondo esterno, fu l’anima di questo evento straordinario che vide la Certosa diventare un eccezionale comune ciociaro con tutti i problemi annessi e connessi alle necessità degli abitanti. La sua umiltà e semplicità, il suo tratto di uomo rispettoso della dignità di ogni fratello, la sua fine intuizione e comprensione di ogni circostanza gli avevano regalato una cerchia di amici che gli volevano veramente bene. N e aveva a Frosinone, Ferentino, Fiuggi, Ripi, Alatri Sora e altrove. I nomi più ricorrenti? Spaziani, Turriziani, Marini, Colasanti, Diamanti, Moraldi, Castaldi, Garzilli, Borelli, Bevivino, Mariani, Colafranceschi, Baroni, Culla, Igliozzi, Pietrobono, Silvestri, P. Bucci e lo stesso Preside Minnocci che gli concedeva volentieri il permesso di venirmi a salutare, passando per Alatri, mentre io ero in classe. Poi si intrattenevano a parlare con piacere. L’amicizia, quella vera, è un dono che dà gioia ma anche forza, spirito di sacrificio e coraggio quando occorre difenderla. Come non aiutare gli amici che chiedono aiuto in circostanze così drammatiche ?
Di fronte agli amici dell’Italia, diventati nemici dopo l’8 Settembre, Don Michele non batté ciglio e, incoraggiato da mio padre, con decisività e cautela insieme, col sorriso sulle labbra, ma con pesate e misurate parole, diede vita, per nove mesi, a un’opera di assistenza che sa del prodigioso.
La certosa si popola sempre più di famiglie in cerca di asilo, arrivano con asini e muli carichi di fagotti di indumenti e coperte perché l’inverno è imminente. Non mancano persone anziane e malati, bambini in fasce e mamme in attesa. Don Michele dà ordini precisi. Convoca i capifamiglia per decidere insieme il da farsi, mentre persuade i suoi confratelli a lasciare libere le celle superiori e ad accontentarsi di poco spazio nei sotterranei dell’edificio. Prima furono occupate le celle e man mano tutti i corridoi, compresi quelli del chiostro, le soffitte e magazzini, ogni angolo libero: tanti erano gli sfollati in cerca di rifugio. Il piccolo “Senatus”, dietro le direttive di Don Michele, provvide a tutto: sistemazione negli alloggi, igiene e sanità, oscuramento, difesa, assistenza, vettovagliamento. Io assistevo sorpresa all’azione libera e democratica di uomini che sapevano decidere da soli e insieme, senza imposizioni e divieti venuti dall’alto. Fu allora che la mia personalità di giovane diciottenne asservita al regime cominciò a maturare e a comprendere cosa significhi libertà, a conoscerne il vero sapore che prima non avevo mai gustato. Vidi mio padre con altri occhi.
Manifesti e annunci incollati sulle mura della certosa informavano tutti delle decisioni prese e ognuno si regolava di conseguenza. Si pensò, soprattutto, ai più bisognosi con razioni di viveri giornaliere messe a disposizione dalle famiglie meglio provviste e dai frati. Furono installate tre serie di latrine, si diedero ordini precisi circa l’oscuramento notturno, l’apertura e chiusura del portone, furono impartite altre indicazioni ma il capitolo più significativo fu la difesa.La certosa pullulava di giovani e uomini che i Tedeschi potevano rastrellare in ogni momento per mandarli al fronte allora fermo a Cassino. Solo la famiglia di Consalvo Silvestri2 ne contava una decina con Tullio Pietrobono e Walter Pedullà3  che si erano aggregati al suo nucleo. Fu giocoforza per Don Michele organizzare un rifugio sicuro.
Sul lato destro del chiostro c’era una cella fatiscente e quindi chiusa; sotto di questa era stato ricavato un mezzanino ampio ma senza luce ed aria, con un ingresso microscopico (doveva essere stato utilizzato come magazzino). Coperto il pavimento sconnesso della cella disabitata con legni e paglia per permettere all’aria di penetrare nel mezzanino, tutti gli uomini, da qualunque parte della certosa si trovassero, in caso di allarme, si dirigevano immediatamente verso questa cella per nascondersi nel mezzanino, col divieto di parlare, tossire e starnutire. L’allarme veniva dato dal suono a martello della campana della chiesa grande che, alcuni addetti, a turno, durante il giorno, avevano l’incarico di suonare non appena giungeva la staffetta che stava a guardia della valle che divideva Collepardo da Trisulti. Il ruolo di sentinelle era affidato anche a noi, allora giovani donne che, dall’alto delle Cappellette, osservavamo la via mulattiera con tutti i suoi tornanti che portava da Collepardo alla Certosa. Appena avvistati i Tedeschi in cammino nella direzione di Trisulti, lasciavamo il posto di guardia, percorrendo di corsa circa un chilometro, per raggiungere la Certosa e dare l’allarme. Le campane a martello creavano un generale spavento in tutti gli ospiti: si udivano parole concitate, si vedevano uomini correre e volti di mamme segnati dalla paura. Il Procuratore si faceva avanti sul portone della certosa e attendeva l’arrivo del drappello teutonico. Quante volte ha dissuaso il comandante dal fare l’ispezione! Solo con buone parole e qualche vecchia bottiglia di liquore, produzione rinomata dei frati farmacisti. Ma non sempre ci riusciva. H o personalmente assistito, una volta, all’ispezione cella per cella per cercare uomini da rastrellare e mandare al fronte, senza trovarne uno.

La rabbia dell’Ufficiale cresceva e arrivò al colmo quando davanti alla cella “famosa” diede ordine di aprire la porta a Don Michele che non voleva, adducendo motivi di pericolosità, non essendo la cella agibile, perché fatiscente. Don Michele, più pallido che mai, fu costretto ad aprire avvertendo però di non superare la soglia perché il pavimento poteva cedere. Io ed altri sfollati seguivamo l’operazione, tremanti, aspettando il peggio quando, per le preghiere forse di tanti familiari, il Comandante cambiò idea, facendo segno di proseguire. Rivedo ancora la m ano di m io zio che, nervosa m a decisa, richiude la porta, con un sospiro di sollievo. Che sarebbe successo se una voce, uno starnuto, un piccolo rumore provenienti dal mezzanino fossero arrivati all’orecchio di quel capo deciso a tutto? Mio zio mise a repentaglio veramente la sua vita e quella dei frati per salvare tanti giovani e uomini che per ore stettero col fiato sospeso, in attesa della partenza della pattuglia nemica. Le visite dei tedeschi erano imprevedibili e bisognava rispettare alla lettera il regolamento della difesa. Spesso venivano a caccia di viveri. Un tardo pomeriggio la campana a martello ci sorprese mentre si pregava nella cappelletta fuori del convento. In un batter d’occhio ogni uomo sparì dalla circolazione. -Ci siamo-ci dicemmo. Quella volta l’ispezione avvenne solo nella cucina dove i Tedeschi si diressero per cercare cibo e bevande . Ma la penuria di vettovaglie era ormai scontata. Siamo nella primavera avanzata del ’44. La lunga sosta del fronte a Cassino aveva esaurito ogni riserva. Non trovando gran che, questa volta i balordi se la presero con il Priore che, con secche parole, cercava di liquidarli. Ad ogni battuta del Priore scattavano pugni e schiaffi. Mio zio Don Michele, per difendere il Priore anziano e malandato, si poneva in mezzo ricevendo i colpi su di sé. Gli urli, le batoste, le discussioni durarono a lungo. Mio padre aveva assistito a tutta la scena nascosto in un camerino attiguo alla cucina, origliando e guardando di tanto in tanto di soppiatto, ma nell’assoluta impossibilità d’intervenire per il pericolo di essere reclutato e inviato al fronte. Quando uscirono da lì avevano le bisacce molto magre, m a qualche parola serena del Procuratore e qualche bottiglia di buon liquore li aveva fatti calmare e rinunciare all’impresa. Don Michele, ammaccato nel corpo, aveva ancora una volta salvato la situazione.
A prima vista potrebbe sembrare che l’assistenza organizzata da Don Michele in favore degli sfollati e rifugiati nel convento fosse dettata da un dovere soltanto morale e sociale che ogni uomo, secondo le possibilità, deve sentire di compiere.
Non è così. Don Michele, dopo Dio, amava la patria che vedeva martoriata e sbandata nei suoi figli specie più giovani che, martellati per anni da slogans e affermazioni assolutistiche, erano frastornati come naufraghi usciti dalla tempesta. La dittatura non forma, non educa al vero, al giusto; sollecita la superbia e finisce nel sangue. Egli vedeva in quei giovani, tante volte sottratti all’ira nemica, i germogli della civiltà dell’amore, della civiltà della libertà, della vita democratica, di un mondo di giustizia e di pace dove vigono le leggi del rispetto della dignità di ogni uomo.
Stava nascendo l’alba di un mondo nuovo e ne faceva testimonianza in certosa l’arrivo di strani ciclostilati che leggeva insieme a mio padre e che li riempivano di gioia. Mani amiche e discrete li recavano periodicamente e informavano di movimenti di pensiero, serpeggianti dal nord al sud dello stivale, inneggianti alla vita libera e democratica.
Bisognava collaborare con la resistenza in ogni maniera se si voleva accelerare la nascita del nuovo giorno. Notizie vaghe, rubate a Radio Londra, davano il punto della situazione militare e politica ma non si può rimanere inerti nell’attesa. A sinistra dell’ingresso principale della certosa, una sala, guardata a vista tutti i giorni da uomini fidati e silenziosi, per lo più medici, era riservata a soldati, partigiani, feriti, sbandati, affamati, che attraverso le montagne fuggivano dal fronte. Americani, Inglesi, Canadesi e partigiani sono stati ospiti di questo originale ospedale di guerra senza che nessuno degli ospiti della certosa se ne accorgesse (mio padre in famiglia ne faceva solo qualche timido cenno). Analoga ospitalità e assistenza, anche se in tutt’altra sede e nel più assoluto riserbo, venivano offerte a Tedeschi disarmati, feriti, disertori e fuggiaschi. La regola per Don Michele era: agire in silenzio.
Don Michele fu barbaramente ucciso il 27 Novembre 1945 nella sua cella da delinquenti comuni in cerca di danaro.

1 Contrada a sud di Ferentino dove la famiglia aveva una vigna
2 Silvestri -Segretario Comunale di Ripi
3 Noti cittadini di Alatri
Don Michele Celani