La Lavannara


lavannaruLa sera ritirava i panni da lavare della sua cliente dopo avere insieme contati e annotati i vari pezzi.
L’indomani, di buon’ora, era già “agli lavaturu” al lavatoio pubblico, di preferenza quello di campagna, come “Fresine” e “Funtana Ulenti”1 dove l’acqua abbondante, poco affollamento e vasti prati per stendere, garantivano la riuscita dell’operazione.
Con i piedi immersi nell’acqua, che sboccava da tutti i fontanili, tanto era abbondante, le donne insaponavano, sbattevano e cantavano.
Dopo l’insaponatura, facevano il bucato con la cenere.
A Fresine esisteva un capannone, fatto costruire dal Comune, dove le lavandaie si raccoglievano per accendere il fuoco, far bollire l’acqua con la cenere (liscivia) in grandi “callare” (caldaie di rame) per poi versarla ancora bollente sui panni insaponati e incanestrati nei capienti cesti di vimini.
Il giorno dopo i panni erano pronti per essere risciacquati e poi sciorinati al sole. Ogni lavandaia conservava nel capannone la sua caldaia e il suo canestro in un angolino dove accendeva il fuoco per il bucato. A sera, col fagotto di panni posto sul capo, lentamente tornava in città e riconsegnava alla cliente i candidi panni che profumavano di bucato e di fiori di prato.
Il mestiere di lavandaia non esiste più da quando le lavatrici in famiglia e le lavanderie modernamente attrezzate, sbrigano elettricamente questa importante e delicata operazione.

 
 
Maria Celani Alessi da “Arti e Mestieri di Ferentino di Ieri
 
 

1 Fresine e Fontana Ulenti = due contrade ricche di acque sorgive. La seconda di acqua solfurea.