La Bustara – Sartora


bustara

“….. So biancu, rosci, ’ngranatu du solu, tostu, gagliardu i bellu, liggéru i léstu accommu a palummèllu … “.
Così si espresse il noto poeta dialettale Fernando Bianchi per descrivere la bellezza ciociara di una volta. Bellezza genuina, espressione di salute e serenità interiore, che si imponeva da sola e non aveva bisogno di espedienti. La donna ciociara era semplice, non si imbellettava, non si arricciava, non si tingeva; una sola cosa curava molto, come elemento destinato a coronare ed accentuare la sua bellezza naturale : il suo costume.
Questo, apparentemente semplice, era ricco di piccoli accorgimenti che, con un po’ di malizia, evidenziavano le doti muliebri della ciociara.
Ella ne affidava la confezione alla “bustara” o, più genericamente, “sartora”, figura caratteristica, la cui attività pubblica aveva radici antichissime. Confidente di problemi estetici e di segreti amorosi delle sue clienti, la bustara lavorava con amore e con arte e soprattutto con fantasia giacche, pur rimanendo sempre nelle linee essenziali del costume ciociaro, realizzava nelle sue confezioni simpatiche variazioni nelle rifiniture, nei decori, negli abbinamenti dei colori. Non aveva un vero e proprio laboratorio ma solo un angolo di lavoro nella cucina della propria casa dove cuciva tra i suoi familiari spesso infastidita dai figli. In una cassapanca, recante sul davanti le iniziali del suo nome, conservava le stoffe delle clienti; sul tavolaccio, sul quale pendeva la lanterna ad olio, misurava, tagliava, imbastiva. Mentre cuciva la bustara , sedeva alla mezza seggia e, d’inverno, poggiava i piedi sul bordo del focone (braciere) d’estate sulla soglia della porta d’ingresso. Pochi erano i suoi arnesi di lavoro: le frobbici, gli ditalu tante agura drentu agli aguraru, gli rucchetti du filufortu, gli puntarolu, gli martullucci pu rubbattu gl’occhielli, gli feru da stiru.
Spesso non aveva nemmeno il centimetro perchè ammusurava a palmi o a canni . Anche quando uscirono sul mercato le prime macchine per cucire, la bustara , la sarta popolana, ne rimase sprovvista; continuò a cucire a mano con la tecnica de gli punto aretu così chiamato perchè il lavoro invece di procedere avanti scorreva all’indietro. La “bustara – sartora” confezionava tutti i capi del costume: La vesta, gli curpettu, gli zinalu, e gli bustu, suo pezzo forte e pezzo forte del costume stesso.sarta
La fattura del busto rispondeva ai canoni della bellezza ciociara: vita stretta, seno prosperoso, fianchi prominenti.
Si ricavava da una fascia di tessuto alto da trenta a quaranta centimetri e largo tanto da avvolgere la vita. Di forma anatomica, era strettissimo in vita, si innalzava fino a sostenere il seno e si allargava leggermente sui fianchi, sui quali scendeva di dieci centimetri, per metterli in risalto. Sul dietro era più basso del davanti per dare spazio alle morbide crespe della vesta e del corpetto. Era reso rigido da una fodera di tessuto molto sostenuto da numerose stecche di osso di balena o di canna d’India. Si abbottonava sul davanti con piccoli ganci nascosti da un bordo, mentre sul dietro era regolabile mediante l’uso di una lunga fettuccia ” la zagana ” che scorreva in appositi occhielli. La bustara dedicava molta cura alla fattura degli occhielli: in un primo tempo li rifinì a mano con punto asola; in un secondo tempo invece usò gli occhielli di metallo che inseriva nel tessuto dopo avervi praticato un foro “cugli puntarolu” e li ribatteva “cugli martullucci”. Spesso quest’ultimo, tutto in ferro, recava il punteruolo proprio dalla parte dell’impugnatura.
Il busto era sempre realizzato in tessuto lucido, raso o velluto, e in colore nero per meglio risaltare sulla “vesta roscia” e sul “curpettu biancu” e per slanciare maggiormente la figura. La “vesta” invece si confezionava con tessuto più povero, cotone o rasatello, sempre però nelle tonalità del rosso.
Molto ampia e semplicemente crespata in vita la vesta era lunga fino a metà gambe e qualche volta la sartora vi realizzava due o più rutribbi tutti riuniti o equidistanti. Erano questi semplici pieghe che la sartora faceva parallele all’orlo della vesta sia per creare una fascia ornamentale, sia per dare al tessuto una certa rigidità utile a mantenere la vesta bene allargata e a metterne quindi in evidenza tutta l’ampiezza.
Le crespe della vesta non erano fissate alla cintura, come si usa comunemente, ma erano mobili e si formavano mediante la rutiratora , fettuccia che si stringeva in vita e si allacciava sul fianco. Sullo stesso fianco, all’altezza dell’anca, la vesta presentava una apertura verticale, la spaccatora , che consentiva alla ciociara di usare la tasca che portava legata al di sopra della sottana. Un espediente questo di ordine pratico che offriva la comodità di usare un sacchetto nascosto sostitutivo della moderna borsetta. Quando infine la sartora confezionava gli curpettu curava in modo particolare due elementi: le maniche e la scollatura. Le prime dovevano essere crespate e morbide per conferire alla figura dolcezza e leggerezza ; non a caso infatti il nostro poeta dice che le ciociare sono liggéru e léstu accommu a palummèllu . La scollatura poi doveva essere segnata addosso alla cliente stessa perché doveva incorniciarle la collana du curagli e qualche volta, se veniva richiesto, doveva lasciare maliziosamente il seno un po’ scoperto. Gli zinalu era, per la sartora, l’elemento più facile del costume in quanto era un semplice rettangolo di tessuto color nero che, per mezzo di una cinta, si legava sul davanti al di sopra della vesta. Ma anche in questo caso la sartora, che lavorava con amore e con arte, impegnava le sue capacità realizzando ‘ngima agli zinalu fantasiose applicazioni con lo stesso tessuto della vesta.
Il costume ciociaro è finito, la ciociara che abbiamo vestito è bellissima, ma ancor più bella rimane la figura della bustara, figura umana incredibilmente viva, donna ed operaia insieme, spiritualmente presente nel suo lavoro sempre nuovo e creativo e perciò “vera artista”. Figura umana ricca di sentimento che, di fronte al problema della alienazione spirituale del lavoro moderno, ci riempie di poesia e ci fa rimpiangere una spontaneità e una semplicità di vita ormai tramontate.

 
 
Maria Reali Cappucci da “Arti e Mestieri di Ferentino di Ieri