Gli Mulunaru


mulunaruEra il proprietario della mola (molino) presso cui si recavano i vari clienti a macinare i cereali: lu granu ‘, lu ciglianu , l’orzu (il grano, il granoturco e l’orzo). I primi mulini erano ad acqua, tutti situati lungo il corso del fiume Alabro. Si dice che alcuni di essi fossero ubicati in modo tale che tracciando una linea immaginaria, si formassero delle “Z”. Da ciò il nome Molazzeta (Mulini a zeta) che ancora oggi é rimasto ad una contrada.
Un mulino un po’ più vicino al centro, chiamato “mola dugli rutone”, sorse nella località Piscicaregli e sfruttava un breve corso d’acqua che scorreva nei pressi. Ne sorse poi un altro, in Piazza Matteotti, azionato a gas e via via tutti gli altri, alcuni dei quali funzionano ancor oggi ad elettricità.
Ogni “mulunaru” aveva un (piccolo carro) carrettu per far prelevare “dagl’omu”, suo garzone, i vari carichi di cereali raccolti in “saccocci” (sacchi) di iuta o di panno, presso le case dei clienti che ne avessero fatto richiesta. Arrivato alla mola il cereale, già pulito mediante gli “cruegli” , grande setaccio dal diametro di oltre un metro e mezzo a maglie di ferro sorretto da tre pali di legno, o mediante gli pullicci, setaccio più piccolo e più maneggevole, veniva misurato a coppe , contenitori di legno della capacità di circa venti chili generalmente alla presenza del cliente.
Messo poi in contenitori quadrangolari “quartarelle” , veniva gettato in un grande imbuto di legno “trummoia” che lo mandava a cadere al centro della mola, macina formata da due pietre: una superiore ruotante ed una inferiore ferma, rese ruvide da piccole “filettature”. La farina prodotta, tutta di tipo integrale, cadeva poi in un capiente recipiente di legno “cassone” e da lì veniva raccolto con una piccola paletta “cartoccia” ed insaccata. Il mestiere dugli mulunaru era abbastanza faticoso: infatti circa due volte alla settimana, poiché le pietre tendevano a levigarsi, occorreva rubbatte , rifare a mano le filettature ed i “canaletti” , piccoli condotti che servivano a raffreddare la farina ed a diminuirne l’umidità. Questo lavoro si svolgeva per lo più a tarda sera e durava parecchie ore. Le filettature venivano rifatte mediante un martello “mazzolu” in cui venivano inserite lamette d’acciaio intercambiabili.
Per approfondire invece i “canaletti” erano necessari due martelli: uno a punta “piccu” e l’altro “buciarda” con la superficie a forma di piccole bugne, per limare le parti più vive della pietra. In un primo tempo la pietra usata era quella pofana (proveniente da Pofi). Essa aveva il vantaggio di essere un po’ tenera e quindi più facile ad essere scolpita ma si sgretolava anche facilmente colorando la farina. Più tardi fu sostituita con una pietra proveniente dalla Francia molto più dura che fece migliorare la qualità della farina a discapito del lavoro “dugli mulunaru”. I clienti che avevano affidato i loro sacchi al “carrettu” del mugnaio, si recavano a piedi presso la ” mola ” per controllare il peso ed evitarne lo scambio. Nell’attesa che venisse il loro turno per la macinazione le clienti (infatti erano per lo più donne) facevano la “soletta” (parte inferiore della calza) e chiacchieravano tra loro sedute sui sacchi del grano. Spesso tra “gli mulunaru” e le clienti si instaurava un tale rapporto di familiarità che ognuna andava, a sfogarsi con lui raccontando anche problemi personali e chiedendo consigli quasi come un secondo confessore. Le donne poi che attendevano un bambino, un po’ di tempo prima del parto, appendevano un bastone “taccaregli” lungo circa 15 centimetri ad un apposito chiodo sistemato vicino alla macina e ve lo lasciavano per varie settimane. Poi andavano a riprenderlo e lo collocavano tra la culla “cugnila” e il materasso “pagliaricci” per scacciare il “malocchio” e neutralizzare la “fattura”.
Dicevano infatti che la “sdrega”, donna malevola che operava nel buio della notte, prima di poter entrare in casa e quindi nuocere al bambino, doveva fare tanti giri intorno al fabbricato quanti “gli taccaragli” aveva visto fare alla “mola”.
Intanto sopraggiungeva il nuovo giorno e la strega era costretta a fuggire. Il pagamento della “molitura” (macinazione) avveniva in natura con un quantitativo di farina corrispondente al prezzo da pagare.

 
 
Mirella Mariani Luchetti da “Arti e Mestieri di Ferentino di Ieri