Gli Furaru


gli furaruFabbro oggi, “furaru” ieri, per noi ciociari l’uso dei vocaboli è indifferente: eppure enormi differenze, artistiche ed operative, li dividono. Per meglio rendercene conto facciamo un breve viaggio, nel tempo, in quello che era il mondo, la vita di questo personaggio scomparso.
Il suo ambiente vitale è, normalmente, situato in androni enormi per lo più ottenuti dai seminterrati dei vecchi palazzi. All’interno un buio intenso, che offende la vista ma, appena abituati gli occhi lo spettacolo è semplice, scarno, povero. Il buio ha impregnato le pareti servendosi della ruggine, di cui il ferro è signore e padrone, una falce di luce penetra attraverso una piccola grata, un solo passaggio tra rottami di ferro, per raggiungere i vari posti essenziali.
L’incudine, la forgia, il mucchio di carbone, la vasca ricavata dalla pietra e piena d’acqua per la tempera, il banco ottenuto con vecchi pezzi di ferro e legno per mettere sulla carta le idee, i disegni, il lavoro abbozzato con quattro, semplici, tratti a matita. Lui, moderno Vulcano, sicuro si muove in quel mondo, amante di quello che i suoi attrezzi, le sue mani, il suo cervello gli faranno creare.
Nel mucchio del ferro buono, ne sceglie un pezzo, lo guarda, lo soppesa scambiando con esso un muto dialogo.
Un bambino, i capelli scarmigliati, le mani e la faccia sporche, gli alimenta il ” sacro fuoco ” nella forgia, strumento indispensabile per la sua opera.
Il ferro è rovente, lo prende con uno straccio, lo poggia sull’incudine e, con il martello comincia a colpirlo, ruotandolo con le mani esperte e costringendolo ad assumere la forma da lui voluta, dando così il via alla nascita di inferriate, cancelli, cornici, maniglie e lampade. Il lavoro, che più lo valorizza ed appassiona è, lo ” Sbalzo ” una tecnica, oggi, quasi del tutto dimenticata e le cui origini si perdono nel tempo. Le ” falere ” che ornavano le corazze dei centurioni romani, le borchie che guarnivano le porte dei palazzi signorili e le cannelle delle fontane erano frutto di quest’arte. Il necessario è molto semplice, a parte la perizia, una serie di scalpelli con punta diversa che, il “furaru” si autocostruisce a seconda dell’utilizzo, un cavalletto con un’asola per far ” sbalzare ” gli scalpelli e, un appoggio per la lastra di metallo da lavorare. L’artista, una volta scelto e definito il soggetto, lo riporta a gesso sulla lastra poi, servendosi dei diversi punteroli e continui colpi calibrati, di martello, la deforma progressivamente, dandogli le abbombature e la forma che ha previamente stabilito.

 
 
Maurizio Pro figlio del fabbro Mateu Morettu da “Arti e Mestieri di Ferentino di Ieri