Gli Cuntadinu


ACCOMMU ERA ‘NA VOTA

gli cuntadinuIl contadino è già sveglio e, anche se il gallo ha già cantato due volte, egli non si muove: è ancora stanco, ma si alzerà ugualmente alla stessa ora, con precisione quasi cronometrica.
Quando si muove lo fa con discrezione per non svegliare sua moglie, che è andata a letto più tardi di lui. Le figlie crescono e c’è il corredo da preparare : tutte le sere la povera donna, con il fuso e la conocchia fa sempre più tardi, ma il mucchio delle matasse cresce ed è lì, nell’angolo della stanza dentro un sacco di canapa fatto allo stesso modo, di sera, dalla nonna, dopo aver mandato a letto tutti quanti.
Uno sguardo alla moglie e ai figli, che non vede perché è buio, e raggiunge la porta che riesce ad aprire in silenzio con tanta bravura così come è riuscito ad attraversare la stanza senza fare il minimo rumore. Appena fuori, egli si rallegra perché il cielo è sereno e promette una giornata intera di lavoro, ma non va subito via : c’è qualcosa da fare nella stalla, che è lì a fianco, a due passi dalla casa.
La mucca, appena lo vede entrare, si alza prima ancora che egli getti nella mangiatoia una bracciata di fieno. Anche il vitellino si alza e comincia a tirare la corda e a guardare verso il gran seno della madre e il padrone lo accontenta, perché è un lavoro che vuol togliere alla moglie. Intanto, seduto dall’altra parte, il contadino ruba al vitello un po’ di latte che la padrona darà al lattaio per avere qualche spicciolo in casa. Poi porta la bestiola all’angolo della mangiatoia, ma lo strascina quasi : il vitellino non è sazio : il latte era tutto suo, ma in casa si deve pur risparmiare! Adesso il contadino può partire. Mette il basto all’asino che non ha mangiato, ma che può farlo nei campi in attesa del ritorno. Però sul basto c’è anche un po’ di fieno per lui, insieme alla vanga e alla zappa. Sulle spalle il contadino porta solo “la forcina” a tre punte per allargare “gli stabbi” (il letame) e in tasca “la stera”, l’arnese tanto utile per togliere la terra argillosa che si attacca alla vanga. Egli non ha bisogno nemmeno di chiudere con cura la porta della stalla perché tra poco anche la moglie sarà in piedi. L’uomo cammina a fianco dell’animale, senza mai tirare ” la capezza ” – l’asino sa benissimo che all’arrivo potrà mettere qualcosa sotto i denti come sa anche che al ritorno porterà della legna per il padrone che forse per questo non lo cavalca.
Quando il sole spunta all’orizzonte il contadino ha già rivoltato decine e decine di zolle. Ha cominciato con una certa fiacca, ma a poco a poco le forze sono tornate ed ora è anche convinto di poter finire il lavoro. Mentre egli si ferma un attimo per salutare un amico vede arrivare la moglie con il canestro in testa. Seduti sul ciglio di un fosso, moglie e marito consumano una modesta colazione.
Su “gli mantilu”, un pezzo di stoffa di canapa che fa da tovaglia, la donna ha messo “na ticama”, un recipiente rotondo di coccio che contiene una calda minestra di fagioli. Come secondo, un po’ di ventresca affettata sul pane che mangia solo lui, aiutandosi con un coltellaccio da cucina.
Il vino nella bottiglia non è quello buono: è il solito “acquato”, il vino cioè fatto gettando dell’acqua nel tino dopo aver fatto uscire tutto il mosto da conservare per vendere al momento opportuno. La donna non vanga questa volta, ma raccoglie per le bestie, chinata fino a terra, la gramigna, che porterà a casa sulla testa, dopo aver messo il canestro sotto il braccio. Ella, infatti, se ne torna subito a casa: ha tante altre cose da fare. Zolla dopo zolla il contadino percorre il terreno da una parte all’altra, più di una volta e la sua gioia cresce a mano a mano che il terreno da lavorare diminuisce.
Il pranzo, il contadino lo consuma nello stesso posto, sul ciglio del fosso, ma questa volta senza tovaglia c’è solo un pezzo di pane con salciccia e il solito vino annacquato. Non c’è nessuna pausa per la voglia di finire presto ; ma il tempo non è più favorevole. contadino
Comincia a tuonare e a piovere quando ancora manca molto a finire.
Uno sguardo al cielo e, sicuro di non poter continuare, il contadino prende l’asino, e, senza nemmeno poter caricare la legna, si avvia verso casa. Quando vi arriva la moglie mette subito una grossa fascina sul fuoco e lo fa asciugare. Ma la giornata non termina qui. Il contadino non può e non vuole perdere tempo. Egli si siede sotto un capanno aperto che serve per la paglia che non c’è più e ripara un grosso “furcunittu” l’arnese con denti di legno che serve per raccogliere il fieno. La stagione della fienagione si avvicina ed è bene prepararsi in tempo. C’è anche da rifare’ il manico a “gli suricchi” e a “gli rustregli”. Ha appena iniziato a ribattere la falce quando la moglie lo chiama e gli ricorda che c’è da riparare un paio di “cioce”. Comincia a farsi buio e bisogna accendere la lanterna; manca però il petrolio e così si usa un lumino ad olio. Ci si vede male ed allora si getta un po’ di legna sul fuoco ed alla luce della fiamma il povero uomo continua la sua giornata riparando le ” cioce ” con’ pinze e fil di ferro. Intanto la moglie, che ha già “appagliato” le bestie prepara la cena girando dentro “gli pignatu”, la polenta. Il marito vorrebbe aiutarla, ma la moglie lo dissuade e chiede l’aiuto delle figlie: a lei interessano di più le cioce riparate. La cena riunisce per la prima volta la famiglia intorno ad un tavolo senza tovaglia e si dicono tante cose in silenzio. Le braccia di tutti si muovono come fantasmi sulla parete opposta per effetto della luce del camino acceso che illumina anche la conocchia, il fuso della donna che sono lì, in attesa, in un angolo della stanza, mentre lontano la luna illumina il campo che l’uomo non ha potuto ultimare.
Questa è la giornata del contadino di una volta.
E sempre così per 365 giorni l’anno, anzi il doppio, per 730 giorni, perché la giornata del contadino di una volta durava anche quattordici ore e più. E tutto con grande fede nella Provvidenza.

Virgilio Ciuffarella