Gli Barbèru


gli barbèru

Si te grata quies et primam somnus in horam – delectat, si te pulvis strepitusque rotarum – si laedit caupona, Ferentinum ire iubebo.
Orazio ci dice che ai suoi tempi la città di Ferentino era un centro ove si poteva riposare, dove si poteva dormire, dove non si alzava la polvere e non si udivano troppi rumori di ruote.
In quei tempi nella Ferentino tranquilla e riposante non potevano certamente mancare i “tonsores” a render piú bella e píu gentile quella popolazione felice.

Tonsores erano gli artigiani che tagliavano i capelli e radevano le barbe, ossia i barbieri; essi e l’apprendiamo ugualmente da Orazio quando afferma che una data cosa era nota “lippis et tonsoribus”, anche allora usavano le loro botteghe come luoghi d’ incontro e di chiacchere in concorrenza con le farmacie.
Che bella cosa fare il barbiere – il barbiere di qualità! cantava a squarciagola il barbiere più famoso del mondo entrato trionfalmente nella musica lirica dalla fine del Settecento al principio dell’Ottocento con Mozart, Paisiello e Rossini. Ma noi non vogliamo parlare di Figaro, vogliamo accennare invece ai nostri barbieri della prima metà del nostro secolo.
Non più tonsores, il nome resterà ai “tosatori” delle pecore (e le pecore dovevano essere parecchie se il Comune aveva il privilegio di pascolo (livello) su quasi tutti i terreni), ma barbieri, dei quali alcuni anche “cerusici”, cioè modesti Chirurghi, salassatori; barbieri che, però, sapevano anche interessarsi dei fatti della città.
Uno di essi, basso e irsuto, vissuto al tempo della prima guerra mondiale, ha legato il suo nome ad una fontana sita all’inizio del vicolo di Castel S. Angelo, fontana che ancor oggi si ricorda come “Funtana ‘mPisciottu” ; ma nonostante la vicinanza della bottega alla fontana (e allora non si parlava di acqua in casa) non era certamente un patito dell’igiene. Le condizioni economiche di quegli anni non erano di certo ideali; ma, forse, anche non dimenticando le guerre, forse, dico, si viveva in modo più umano.
Erano i beati (?) tempi delle “mammane”, che facevano nascere i figli in casa; delle ruffiane, che concordavano i matrimoni; del canonico Vincenzo Palombi, che con le sue odi “encomiastiche” cercava di spillare soldarelli ai potenti; del canonico Raimondo Podagrosi, forse più che dai vivi conosciuto dai morti, che accompagnava al cimitero spesso al suono della Banda Comunale; di monsignor Bianconi, alto e bello nel suo paludamento vescovile tale da sembrare il “pavone” della Cattedrale; tempi in cui non le macchine, ma gli animali, cavalli asini buoi, erano i veri vicini di casa (anche in città), animali che aiutavano gli uomini nelle fatiche quotidiane.
Ora che la Valle del Sacco si è popolata d’industrie, quel vecchio mondo è cambiato quasi d’incanto: come gli spazzini son diventati netturbini, anche i barbieri, passati dalle botteghe ai saloni, si qualificano come parrucchieri, perché “inanellano”, o “increspano” le lunghe chiome di quelli che anni fa si chiamavano capelloni.

 
 
Angelo Ciuffarella da “Arti e Mestieri di Ferentino di Ieri”