Gli Muntanaru


gli muntanaru“Muntanaru” era chiamato il proprietario del frantoio, luogo in cui si molivano le olive per la produzione dell’olio.
Una volta raccolte, le olive venivano trasportate “a soma” (a dorso di animale) o dal proprietario stesso, se era in possesso di un asino, o dal ” muntanaru ” che provvedeva a cercare l’animale per il trasporto. Giunte sul luogo, le olive venivano pesate a “quarta”, recipiente di legno della capacità di 75 litri circa. Originariamente “gli muntanu” aveva caratteristiche diverse da quelle odierne ed era formato da un catino con una pietra soprastante sotto cui cadevano le olive tramite un attrezzo a forma di imbuto. Alla pietra, in unico pezzo, era attaccata una asta che veniva fatta girare da un mulo o cavallo, spesso fornito di paraocchi, onde evitare distrazioni o spaventi che ne potevano rallentare il cammino.
Accanto all’animale era posto un uomo, il cosiddetto “tuccarinu”, che aveva il compito di rimandare la pasta sotto la “preta” (pietra o mola) e di incitare il cavallo (o mulo), toccandolo, quando questo mostrava di voler rallentare il passo. Poiché si lavorava anche di notte, se il padrone si accorgeva che il “tuccarinu” si assopiva e quindi il mulo rallentava, provvedeva a risvegliarlo dicendo : “tocca su mulu, cà si nò quando arriva sà pasta ?”.
Duro e poco produttivo era il lavoro se si pensa che per macinare un quintale e mezzo di olive erano necessarie circa due ore di continuo movimento. Dopo gli muntanaruaver macinato le olive, la pasta formatasi veniva raccolta con le mani e messa nelle “sporte” (recipienti di paglia oggi detti “fisculi”).
Queste “sporte” venivano poi inserite in un torchio di legno, per essere pressate tramite un movimento alternato delle braccia.
Da questo veniva fuori olio e “zarlo” (parte nera e untuosa) che andava a cadere in una “mastella” (recipiente di legno), per poi essere messo negli “agneli “, piccoli tini, dove restava a riposo per circa un paio d’ore, allo scopo di far venire a galla l’olio e di dividerlo dal residuo.
Per facilitare questa operazione spesso veniva aggiunto al prodotto acqua bollente. A questo punto, dopo che l’olio si era separato e che, quindi, era venuto a galla, “gli muntanaru”, tramite la “ramina” (tipo di mestolo piuttosto piatto), raccoglieva l’olio venuto in superficie, per conservarlo nella “callara”1 di rame. Era il cliente, poi, che provvedeva a versare nei suoi recipienti personali, detti “banduni”, il prodotto delle sue olive, che veniva misurato “cugli bucalu”, della capacità di due litri, o “culla mesa musura”, contenente dieci litri circa di olio. Successivamente, il residuo, detto “ciancia” (sansa), veniva bruciato.
A questo punto, era necessario pagare, ma ciò non avveniva in danaro, bensì in olio, la cui quantità variava a seconda se il trasporto delle olive era stato effettuato dal cliente o dal montanaro. In questo caso, al pagamento di “quattro fogliette” (1 foglietta equivaleva a mezzo litro di olio), se ne aggiungeva un’altra per l’asino che aveva provveduto al trasporto delle olive. A fine stagione, la metà dell’olio raccolto per pagamento andava al proprietario del montano, mentre il resto veniva diviso tra gli operai.

 
 
Giannina Di Mario Mariani da “Arti e Mestieri di Ferentino di Ieri
 
 

1 callara = caldaia.